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24/01/2015

Europa - Riflettendo sul motto del Capitolo Generale: prospettiva antropologica

Verso il capitolo generale 2015:
contributi della commissione teologica dehoniana europea

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Commissione-Guglielmi - copia

Il perdono tra memoria e oblio.

 Un contributo al tema della misericordia

a partire dall’antropologia filosofica di P. Ricoeur

P. Giuseppe Guglielmi, scj

 

     Nella riflessione filosofica contemporanea, il tema della misericordia non emerge in modo esplicito. Probabilmente ciò è dovuto anche al fatto che la misericordia è di solito associata ad un chiaro contesto religioso, quello ebraico-cristiano. Si possono tuttavia individuare alcune riflessioni filosofiche che possono contribuire ad una riflessione teologica ed ecclesiale sulla misericordia. Dovendo fare delle inevitabili scelte entro il panorama filosofico contemporaneo, si è preferito dare al pensiero di P. Ricoeur (1913-2005) che elabora una riflessione sul perdono entro il quadro più grande della temporalità, legandolo ad aspetti centrali come la memoria e l’oblio. Il suo contributo può offrire alcune chiavi di lettura per comprendere alcune dinamiche della vita comune che sono inevitabilmente attraversate da tensioni. Queste possono infatti irrigidirsi nel caso non venga messo in atto un discernimento ed una elaborazione positiva dell’oblio, che non è, come si vedrà, un voler dimenticare, ma un voler rielaborare in vista di un futuro.

 

     1. Il presente: orizzonte di attesa e spazio di esperienza

     Nell’abbondante produzione filosofica di Ricoeur, lo scritto intitolato Passato, memoria, storia, oblio, merita una particolare attenzione. Si tratta di un testo che riproduce le lezioni tenute in occasione di un corso di dottorato della Facoltà di Lettere e Filosofia della Universidad Autónoma di Madrid (19-21 novembre 1996)[1].

     Ricoeur prende in considerazione alcune soluzioni per evitare gli eccessi del ricordo e dell’oblio, ugualmente nefasti per una comunità, puntando sull’etica della “giusta memoria”. In particolare, nel capitolo intitolato «la memoria ferita e la storia», il filosofo mette in guardia contro l’illusione di credere che ciò che chiamiamo “fatto” coincida con “ciò che è effettivamente accaduto”, proponendo così la “logica del probabile” all’ingenua posizione storiografica del dato “comprovato”[2].

     Avendo rafforzato la funzione critica e non strumentale della storia, Ricoeur si volge poi a tratteggiare quella che si può considerare una riflessione antropologica (coscienza storica) sull’oblio e sul perdono. Per ripercorrere l’itinerario proposto da Ricoeur è necessario riallacciarsi alla concezione del presente come irriducibile risultato del gioco di forza fra “orizzonte di attesa” (Erwartungshorizont) e “spazio d’esperienza” (Erfahrungsraum). In altri termini, quello che si considera come “presente” - sostiene Ricoeur riprendendo lo storico tedesco R. Koselleck - è il risultato/confluenza di una dialettica tra attese future ed esperienze passate. Attraverso alcuni esempi, Ricoeur spiega che la memoria che non danneggia è proprio quella prodotta da una giusta dialettica fra i due poli in grado di evitare tanto la caduta in un ricordo eccessivo di un passato pesante quanto in una aspettativa illusoria del futuro. Secondo Ricoeur, nella vita quotidiana (presente), questa dialettica tra orizzonte di attesa (futuro) e spazio di esperienza (passato) vengono plasmati dal continuo alternarsi del ricordo e dell’oblio.

 

     2. L’oblio e il suo significato in seno alla memoria

     Può sembrare strano pensare all’oblio come ad un elemento che determina il giusto equilibrio tra passato e futuro, proprio perché spesso si pensa all’oblio come il contrario della memoria. Il più delle volte il concetto di memoria richiama il dovere, mentre l’oblio è avvertito come una minaccia e un nemico della memoria. Tuttavia si dà anche un giusto uso dell’oblio, e Ricoeur ne delinea il concreto dispiegamento attraverso due categorie generali: l’oblio profondo e l’oblio manifesto. Ciò che più qui interessa è questo secondo tipo di oblio, che si collega alla memoria da evocare/richiamare e che dunque si pone su un piano più fenomenologico rispetto a quello ontologico dell’oblio profondo.

     Tra le varie forme di “oblio manifesto” descritte da Ricoeur, due tipologie vanno richiamate in quanto possono risultare interessanti per sviluppare una riflessione sulla misericordia che voglia evitare di scadere in un discorso moralistico. Si tratta dell’oblio di fuga e dell’oblio selettivo. L’oblio di fuga è una strategia messa in atto per evitare di sapere. In altre parole, si tratta di un auto-inganno, dovuto ad una «volontà oscura di non informarsi, di non indagare sul male commesso: insomma un voler-non-sapere. L’Europa occidentale e il resto d’Europa hanno dato doloroso spettacolo di questa volontà testarda»[3]. Vi è poi l’oblio selettivo che scaturisce dal semplice fatto che è impossibile ricordare tutto. D’altra parte, scrive Ricoeur, «una memoria senza lacune sarebbe […] un fardello insopportabile»[4]; per non parlare dell’uso della selezione già a livello di composizione di un intreccio narrativo. Per raccontare è infatti necessario omettere avvenimenti ed episodi che si considerano meno significativi dal punto di vista dell’intreccio privilegiato. Stessa cosa dicasi per la storia che non assume ogni traccia, perché non ritiene che ogni documento meriti di essere seguito.

 

     3. Il perdono: tra amnesia e debito infinito

     Vi è però, secondo Ricoeur, un’altra forma di oblio: il perdono. Il perdono è simile all’oblio selettivo e attivo, anche se non verte sugli avvenimenti in se stessi, bensì sulla colpa, il cui peso paralizza il ricordo passato e la capacità di proiettarsi verso il futuro. Ciò significa che l’oggetto del perdono non è l’avvenimento passato, l’atto criminale, ma il suo senso. Inoltre il perdono presuppone la mediazione di un’altra coscienza, quella della vittima, la sola abilitata a perdonare. L’autore dei torti, può soltanto chiedere perdono e altresì deve affrontare il rischio del rifiuto. Questo rischio serve a scongiurare il rischio del perdono facile, frutto a sua volta di un oblio facile[5].

     Il perdono istituisce dunque un nuovo rapporto con la colpa, con la perdita, perché introduce il lavoro del lutto accanto a quello della memoria. La ricerca di questo nuovo rapporto passa attraverso la rivalutazione dell’idea di dono, che sta alla base dell’idea di perdono.

     Ci si è ormai abituati all’idea che il perdono vada accostato al dono, soprattutto da un punto di vista semantico (perdono). Tuttavia, scrive Ricoeur, anche l’idea di dono ha le sue trappole. Spesso, infatti, serpeggiano dei sospetti nei confronti dei cosiddetti comportamenti di generosità pubblici o privati, perché si sostiene che donare costringe a dare in cambio, crea disuguaglianza, in quanto pone il donatore in posizione di superiorità e di condiscendenza, lega a sé il beneficiario e lo trasforma in uno che è obbligato alla riconoscenza, e può anche schiacciarlo sotto il peso di un debito che lo rende insolvente. Ricoeur intravede una critica simile già in un passo del vangelo di Luca: «se amate quelli che vi amano, che merito ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso […] Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare niente in cambio» (6,32-35).

     Se dunque vi sono diversi sospetti dietro l’idea di dono, la narrazione evangelica dell’amore per i nemici rompe con questo calcolo e apre l’aspettativa di un’altra specie di scambio: quella per cui il mio nemico divenga un giorno mio amico. Il comandamento di amare i propri nemici comincia quindi con lo spezzare la regola della reciprocità, esigendo l’estremo.

     Si giunge così a quello che Ricoeur considera il perdono difficile che, prendendo sul serio il tragico dell’azione, punta alla radice degli atti, alla fonte dei conflitti e dei torti. In questo caso, non si tratta di cancellare un debito su una tabella dei conti, bensì di sciogliere dei nodi. In primo luogo quello dei conflitti inestricabili e delle controversie insuperabili. Ma c’è anche il nodo dei danni e dei torti irreparabili: bisogna allora rompere con la logica infernale della vendetta perpetua di generazione in generazione. In questo secondo caso il perdono coincide con l’oblio attivo, nel senso che pur non cancellando i fatti (che in quanto tali restano incancellabili) tuttavia ne modifica il loro senso per il presente e per il futuro. Accettare il debito non pagato, accettare di essere e rimanere un debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita: fare della colpa stessa il lavoro del lutto. Si tratta, in altre parole, di tracciare una linea sottile tra l’amnesia e il debito infinito.

 

     4. Una conclusione aperta

     La riflessione filosofica di Ricoeur sul perdono può aiutare ad articolare meglio la dialettica tra passato e futuro, tanto a livello individuale che comunitario. Ricoeur offre infatti gli strumenti teorici per comprendere in che modo la dimensione temporale del passato può essere utilizzata per attribuire un senso al nostro presente. Quando un gruppo, ad esempio, fa memoria del proprio passato, viene di fatto a scoprire che questa sua eredità ha molteplici facce, e queste facce sono alla base della propria identità. A questa constatazione, però, deve seguire una determinazione di quali legami dell’eredità storica vanno coltivati e quali spezzati. È questo il lavoro attivo che si è chiamati a compiere per evitare, da una parte, di cadere in una sterile evocazione del proprio passato e, dall’altra, per dare voce a quelle intuizioni e possibilità del passato che non sono riuscite ancora a realizzarsi e che dunque reclamano una loro attuazione.

     Inoltre, nel contesto dell’antropologia della misericordia, può risultare interessante riflettere sulla necessità di liberarsi dall’eccessivo peso proveniente dal passato e di determinare in modo più propositivo e pacifico il futuro. In ultima analisi, per liberarsi dai rancori è necessario imparare a dimenticare, facendo leva proprio sul fatto che l’oblio è parte costitutiva del ricordo: non tutto può essere selezionato e ricordato se non ci si libera di qualche altro ricordo. Memoria e oblio, appunto.



[1] Cf P. Ricoeur, «Passato, memoria, storia, oblio», in Id., Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, il Mulino, Bologna 2004, 49-119. Per una trattazione più estesa, si rimanda ad un’altra opera dello stesso Ricoeur, intitolata La memoria, la storia, l’oblio, Cortina, Milano 2003.

[2] Cf P. Ricoeur, «Passato, memoria, storia, oblio», 71-97.

[3] Ib., 106.

[4] Ibi.

[5] Tra le varie forme di oblio facile Ricoeur riporta l’ambito religioso del perdono dei peccati, quando questo perdono si riduce a un gesto di pura formalità (come nel caso delle indulgenze), o l’ambito giudiziario dell’amnistia che invita a fare come se l’evento criminale non fosse mai avvenuto. C’è anche il perdono di autocompiacimento, che in realtà (al pari dell’oblio di fuga) vorrebbe accorciare il lavoro della memoria. C’è il perdono di benevolenza, che invece vorrebbe restringere la giustizia a favore dell’impunità, dimenticando così che c’è un prezzo (pena) da pagare per la riabilitazione.